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Cucinella: armonia tra estetica e tecnica

Corriere del Trentino, 26 febbraio 2017

Uno dei suoi prossimi impegni è la realizzazione del nuovo Polo chirurgico dell’Ospedale San Raffaele di Milano, scommessa da 24 mila metri quadrati. Ma i progetti su grande scala non sono una rarità per Mario Cucinella, 56 anni, tra i massimi esperti mondiali di architettura sostenibile. Laurea a Genova, cinque anni fianco a fianco con Renzo Piano a Parigi, titolare di un grande studio a Bologna formato da un team di sessanta tra architetti, ingegneri ed esperti di tecnologia green, Cucinella ha lavorato in tutta Europa, ma anche negli Usa, in Africa ed in Medio Oriente. Un profeta della nuova era della progettazione, votata all’estetica in stretto rapporto con l’ambiente. Sarà lui ad aprire la seconda parte di Green Week, quando venerdì 3 marzo, alle 11.30, darà il via alle tre giorni di incontri e dibattiti a Trento.

Qual è l’importanza di un evento come questo?

«Enorme, uno strumento chiave per la sensibilizzazione. Oggi c’è maggiore attenzione rispetto al passato, ma siamo ancora lontani dalla consapevolezza. Mostrare le buone pratiche perciò spinge a comprendere ciò che si può fare. In questo ambito, l’Europa è all’avanguardia rispetto al resto del mondo, basti pensare agli Usa, dove il nuovo corso politico, temo, porterà ad un regresso. Per questo il Vecchio Continente ha una missione chiave per il futuro».

In Italia la situazione com’è?

«Nel mio campo si fanno tanti congressi, si parla molto, ma si fa concretamente poco. La cultura della sostenibilità sta certamente cambiando, in molti settori ci sono già realtà importanti, tuttavia in architettura ed in edilizia siamo fermi perché non si investe. Eppure l’Italia è il Paese che ha sfornato la Legge 10 sulla certificazione energetica degli immobili, che ha fatto scuola dappertutto. Ecco, siamo stati bravi a pensarla, ma non a metterla in pratica».

Architettura sostenibile: come la si può definire?

«Non è una specializzazione, ma un modo concepire i progetti. Nella storia l’architettura ha sempre cercato di essere sostenibile, stringendo un legame profondo con l’ambiente. Oggi c’è bisogno di una connessione armonica fra impronta tecnica e visione estetica. Certa bioarchitettura ha prodotto risultati modesti».

Lei però ripete sempre che «la bellezza in architettura deve saper parlare, ma c’è bellezza anche dove non si vede». Cosa intende?

«Che spesso si lavora troppo sul visibile. La bellezza di un edificio sta anche nella sua qualità intrinseca, nei materiali utilizzati per i valori energetici e sostenibili. È come quando si conosce una persona, ci può colpire l’aspetto, poi scopriamo che dentro c’è molto di più».

Ha partecipato al progetto G124 di Renzo Piano per il recupero delle periferie. Quanto c’è da fare?

«C’è da fare tutto, è l’imperativo del futuro. Per decenni ci si è preoccupati di abbellire i centri storici, dimenticandosi del resto, alle prese con degrado e scarsa qualità. Sarà questo il compito dei prossimi architetti: non tanto creare cose nuove, quanto rimettere mano al vecchio con intelligenza»

Come è cambiato allora il suo lavoro?

«È sempre più complesso, e molti colleghi non lo hanno capito. Servono maggiori competenze, bisogna essere un po’ architetti e un po’ ingegneri, conoscere i materiali e le forme di energia. Una nuova figura, con la quale le società dovranno necessariamente dialogare».