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Non torneranno i prati

di Claudio Bertorelli | Da VeneziePost, 26 febbraio 2016
Non torneranno i prati, è bene dirlo subito.
In questi anni di frequentazione e partecipazione al dibattito schizofrenico sul Paesaggio ho compreso che il Nordest italiano fatica ancora a scendere a patti con la propria storia recente e ad accettare di essere il volto naturale di un mercato legale

, spinto dalla Legge Tremonti sui capannoni e da quegli stessi soggetti che, raccogliendo i dividendi a fine anno nelle assemblee delle banche popolari, tornavano poi il primo gennaio a re-investire nello stesso modo. In quel paniere di ricchezza circolare si accomodava la politica di piccole e medie città, il business di piccoli e medi imprenditori, di piccoli e medi progettisti; insomma una filiera di fatti medio-piccoli che nel bene e nel male, sommati tutti assieme, hanno tracciato il solco di una stagione.

Certo, quella stagione oggi si è schiantata contro i propri stessi limiti, e rischia perfino di essere l’ultima se continua a pensare che “green” significhi solo fare tetti verdi da vedere dall’alto, o approvare nei consigli comunali “varianti verdi” che annullano un recente diritto acquisito di edificabilità dei suoli, o promuovere convegni verdi sul mito contadino di quando si stava meglio quando si stava peggio.

No, non torneranno i prati, e nessuno vorrà o verrà a demolire i capannoni, se non una macchina pubblica miope alla quale manca prima di tutto materia grey; una materia grigia e non verde, politica e culturale, capace di unire le intelligenze in un pensiero più alto e di riconoscere i nuovi modelli che la crisi necessariamente ci obbliga a ricercare.

Al contrario c’è un gran desiderio di nuove comunità a Nordest, forse perché gli strumenti classici della rappresentanza sono in crisi, o perché la politica non ha più né potere né linguaggio.
Quando il mercato “tirava” essa aveva il compito di tutelare il consumo di suolo, ma ora che tutto è fermo deve spronare a non vanificare le occasioni di riuso urbano, di ibridazione delle risorse, di formazione di nuove governance che emergono in modo indipendente da molte parti e faticano a trovare una riconoscibilità formale nello stesso soggetto pubblico che le dovrebbe promuovere. Ma si sa, homo homini lupus, e così la politica.

A mancare è sempre il progetto, che prima di essere un paesaggio è una trasformazione consapevole di un territorio, bella o brutta che sia. A mancare è sempre il governo dei temi, o meglio la governance, quella che permette di trasformare buoni progetti in buone pratiche, di trasformare una libera iniziativa in una massa critica che fa tendenza. Ed infatti, di buoni progetti ne abbiamo visti in questi anni, dentro fabbriche d’eccellenza che esportano buoni prodotti e generano anche ottimi luoghi in cui vivere e lavorare. Anzi, abbiamo sperato che essi potessero divenire buone pratiche da emulare, ma ciò non è avvenuto, ed oggi solo un quotidiano a corto di idee può guardare ad essi come al modello da cui ripartire.
No, serve qualcosa di più complesso, narrabile con un linguaggio che oggi è solo alle prime lettere dell’alfabeto e non ha ancora una letteratura di riferimento.

Servono luoghi grigi in cui insediare comunità verdi, cioè smart, pensanti, ibride, libere di intraprendere iniziative e dar loro un luogo svincolato dalle destinazioni d’uso predeterminate. Servono nuove centralità, o vecchi luoghi che rinnovino il proprio ruolo di centralità; un po’ come ha fatto Milano durante il ciclone Expo 2015, a tal punto dal rappresentare il polo di riferimento anche per una grossa fetta di Nordest, con buona pace della tradizione storica di “Venezia Dominante” sulle proprie terre.

No, non torneranno i prati, e per questo serve una Green Week nelle Venezie, per raccontare tutto ciò che è verde senza apparire tale.