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Si scrive green economy, si legge competitività

Da Monitor di VeneziePost | Produrre e fornire servizi in maniera sostenibile non è più una mera moda ecologista, ma un fattore fondamentale per la competitività delle aziende e una precisa richiesta del mercato. E in questo – almeno per una volta – l’Italia è all’avanguardia

«La green economy in Italia è un’occasione colta, più che un dover essere»: ad affermarlo, sulla base dei numeri, è la fondazione Symbola nel suo rapporto Greenitaly 2015 elaborato insieme ad Unioncamere e Conai. Secondo questi dati, alla green economy nel nostro Paese si devono 102,5 miliardi di valore aggiunto – pari al 10,3% dell’economia nazionale – e quasi 3 milioni di posti di lavoro, con ulteriori 300.000 nuove assunzioni previste per il 2016; e nel 2015 sono state 120.000 le imprese – il 24,3% del totale e il 36% in più rispetto al 2014 – che hanno investito sul fronte della sostenibilità ambientale. Sempre Symbola ha poi inserito la green economy tra i “10 selfie da cui partire per sfidare la crisi nel 2016”, unitamente al fatto che il nostro Paese è il primo al mondo per contributo del fotovoltaico nel mix elettrico nazionale (7,9% nel 2013) e nel 2014 ha ricavato il 43% della sua energia da fonti rinnovabili; ed è primo in Europa per il recupero industriale dei rifiuti (25 milioni di tonnellate recuperate ogni anno) e tra gli ultimi invece nel produrli (40 tonnellate ogni milione di euro di produzione industriale, contro le 63,7 della Germania e le 83,5 della Francia). Il green quindi, ben lungi dall’essere una moda passeggera, è un fattore di competitività sotto diversi aspetti: la spinta all’innovazione, un miglior posizionamento e dinamismo sui mercati esteri, e un diverso rapporto con un consumatore sempre più consapevole.

Il verde per innovare e competere
A leggere questi dati, sembrerebbe che ci stia venendo raccontata un’altra Italia rispetto a quella che conoscevamo: ma come, non eravamo anni luce indietro su questo fronte? «C’è stato un cambiamento molto rapido negli ultimi tempi – spiega il segretario generale della Fondazione Symbola, Fabio Renzi – perché la crisi ha costretto a cercare un modo per rimanere competitivi riducendo i costi: risparmiare energia, reimmettere gli scarti nel ciclo di produzione, e ottimizzare tutta la filiera è il primo modo per farlo. E in questo sono state protagoniste le pmi, più flessibili delle grandi aziende, e più propense a fare innovazione incrementale: il 21,9% di queste ha sviluppato nuovi prodotti o servizi, contro il 9,9% di chi non ha investito nel verde. In questo hanno unito la ricerca della sostenibilità ambientale, l’innovazione e la competitività in una maniera che i grossi gruppi non hanno saputo cogliere». Una visione confermata dall’imprenditore Maurizio Zordan, ad del gruppo Zordan – azienda vicentina dell’arredo su misura che vanta nel portafoglio clienti nomi come Bulgari, che ha conferito a Zordan il Green Design Award 2014 – : «Economia ed ecologia hanno la stessa radice – afferma – : sul lungo termine la sostenibilità economica e quella ambientale sono indissolubilmente legate, e siccome le aziende devono guardare anche al lungo termine, chi ancora non ha investito nella sostenibilità prima o poi si troverà costretto a farlo. Nel nostro caso di specie, ricaviamo circa il 19% del nostro fabbisogno energetico dal fotovoltaico, e conferiamo gli scarti legnosi al gruppo Saviola che li ricicla. Inoltre, sfruttiamo una centrale termica a biomassa alimentata con pellet certificato». La sostenibilità dunque si fa anche e soprattutto insieme, a livello di filiera, forti di quel tessuto di pmi propense all’innovazione che caratterizza il nostro Paese.
«Sostenibilità significa garantire il futuro dell’azienda – gli fa eco Giulio Bonazzi, presidente e ad di Aquafil spa, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale per progetto Econyl che reimmette materiali di scarto nel processo produttivo delle fibre sintetiche – perché, specie in un settore come il nostro strettamente legato ai derivati del petrolio, chi non si sforza di diventare sostenibile non sopravvive. E non è un processo che riguarda solo la singola azienda, ma tutta la comunità: nel nostro impianto di riciclo, ad esempio, il calore residuo degli impianti viene utilizzato per scaldare il parco acquatico del vicino centro commerciale. Fa tutto parte del concetto di economia circolare, dove si produce quanto più possibile con energia rinnovabile, minimizzando gli scarti e reimmettendoli nel ciclo produttivo».

Il verde per l’export
Sempre secondo i dati di Greenitaly, le aziende che investono nel green esportano nel 18,9% dei casi, a fronte del 10,7% di quelle che non lo fanno; nel caso della manifattura le percentuali sono addirittura del 43,4% contro 25,5%. Ed è anche in virtù dell’export che la percentuale delle aziende che ha visto crescere il proprio fatturato è del 27,4% tra quelle green, contro il 19,9% delle altre. Quando ci si posiziona sui mercati esteri, a funzionare da asset sono soprattutto la valutazione della carboon footprint e le certificazioni di sostenibilità ambientale: dalla Leed nel campo dell’edilizia (che valuta l’impatto ambientale complessivo di un edificio, dalle prestazioni energetiche ai materiali con cui è costruito), alla Pefc e Fsc per la gestione forestale sostenibile. L’assenza di queste certificazioni, in molti mercati, costituisce una vera e propria barriera all’ingresso: «Nella zona della Fiera di Milano, ad esempio, tutti gli edifici vengono costruiti secondo queste certificazioni – spiega Zordan –; e anche sul mercato americano, dove siamo molto presenti (il gruppo ha acquisito la Woodways, con sede in Michigan) vengono costantemente richieste. Non ho dubbi nell’affermare che, senza queste certificazioni e molti altri accorgimenti nel senso della tutela ambientale, in certi mercati non saremmo nemmeno entrati: tanto che ora stiamo lavorando anche alla certificazione B-Corp, che investe la responsabilità sociale d’impresa in senso lato prevedendo per l’azienda uno scopo oltre al profitto, ovvero produrre un impatto positivo per l’ambiente e la comunità circostante. La forza dello standard è innegabile». «Molti dei nostri clienti, penso a quelli che producono ad esempio moquette, non otterrebbero nemmeno certi contratti se la materia con cui lavorano non fosse a basso impatto ambientale – conferma Bonazzi – perché il fatto di rispettare standard come il Leed, che valuta tutti i materiali che rientrano nella costruzione e arredamento di un edificio, aumenta notevolmente le possibilità di successo». E non sempre e necessariamente per vincoli legislativi, ma per una sensibilità diversa che si sta sviluppando.

Il verde per un nuovo mercato
Secondo la ricerca “Sostenibilità ed etica ambientale” dell’Istituto Ixé, presentata alla Green Week delle Venezie nel 2014, il 66% dei consumatori si riconosce pienamente o vicino ad un atteggiamento etico nei consumi, il 70% manifesta preoccupazione per la sostenibilità e lo sviluppo, e il 59% quando sceglie un marchio ritiene importante che il produttore sia attento alla tutela ambientale: pertanto, conclude la ricerca, «la tutela ambientale e la sostenibilità è una chiave di posizionamento vincente», tanto più tenendo conto che il 60% degli intervistati afferma di informarsi a questo proposito, e che – nel caso specifico dei prodotti agricoli – il 55% si rivolge regolarmente o qualche volta direttamente al produttore a garanzia di una maggiore tutela e di un minore impatto ambientale. Nei giovani, poi, il senso del consumo critico appare assai radicato: secondo l’indagine “Le nuove generazioni e il consumo consapevole”, sempre di Ixé, il 65% dei 16-34enni vorrebbe insegnare ai propri figli in primo luogo a “distinguere ciò che è necessario da ciò che non lo e”, non tanto riducendo i consumi in sé e per sé quanto indirizzandoli in maniera più oculata – tanto che solo il 6% si dice a favore di un “consumare il meno possibile” a prescindere. In questo si inserisce anche la capacità di storytelling dell’impresa: «Non si vende solo un prodotto, si vende un processo – osserva Renzi – : bisogna raccontare anche come si fa il prodotto, chi lo fa, come è legato al territorio. E in questo raccontare la sostenibilità ambientale è cruciale, perché si tratta di una vera e propria domanda del mercato: non è solo questione di rispondere ai requisiti ambientali che la legge impone o di risparmiare energia usando un macchinario più efficiente – fattori comunque indispensabili nel vendere un prodotto o un servizio -, è un essere in sintonia con un mondo che cambia».

Il verde per il Nordest 
Guardando alla distribuzione geografica delle aziende che hanno investito nella sostenibilità ambientale secondo il rapporto Greenitaly, notiamo che il Veneto è la seconda regione per numero assoluto dietro la Lombardia (34.770 imprese). Ancora più significativo è però il dato della densità – percentuale di imprese green sul totale di quelle presenti: in questo senso sono capofila le province di Belluno e Trieste, che sfiorano il 30%, ma anche il resto delle Venezie si pone grosso modo a cavallo del 25%. «Per quanto non si registri una forte dualità tra Nord e Sud, a differenza di altri settori – osserva Renzi – laddove c’è un manifatturiero capace e vivace, vocato all’innovazione e all’export e fortemente radicato su un territorio che intende tutelare, la green economy conosce uno sviluppo più significativo: e questo è il caso del Nordest». Un contesto quindi particolarmente adatto ad ospitare la Green Week delle Venezie, che dall’1 al 6 marzo darà l’occasione di visitare le aziende dell’eccellenza green, partecipare agli eventi del festival della green economy a Trento, e – per gli studenti – di prendere parte ad un progetto specificatamente dedicato a loro.