Viaggio al centro della terra: le celle ipogee di Melinda

Il concetto di agricoltura sostenibile non si limita alle pratiche di coltivazione in senso stretto, ma si allarga a quelle relative alla conservazione: e un esempio calzante in questo senso è quello di Melinda, noto consorzio trentino a cui aderiscono 16 cooperative di oltre 4000 famiglie di frutticoltori della Val di Non e Val di Sole, toccando il 15% della produzione media annua di mele in Italia.

Melinda ha infatti aperto il nuovo lotto di celle sotterranee per la frigo-conservazione all’interno della Miniera di Rio Maggiore a Predaia, dove già nel 2012 era partito un progetto pilota: una piccola “rivoluzione sostenibile” per la Val di Non, che da allora continua a riscuotere consensi da parte del mondo scientifico internazionale. L’idea è semplice: conservare le mele sotto terra, nelle celle ipogee, anziché costruire nuovi spazi in superficie. Un’alternativa eco-friendly, dove l’ambiente che conserva le mele è un isolante naturale che permette di mantenere una temperatura costante e di ridurre i consumi energetici anche del 50% rispetto ai sistemi tradizionali. A tutto questo si aggiunge il risparmio idrico, l’isolamento acustico e l’assenza di impatto paesaggistico.

Le celle ipogee di Melinda – che dall’azienda definiscono “un impianto unico al mondo” – si trovano a circa a 575 metri sopra il livello del mare, a 900m dall’ingresso della miniera e 275m sotto le radici degli alberi di melo che sono coltivati sui terreni in superficie. L’impianto è costituito da due lotti di tre corridoi paralleli lunghi 110 metri con 23 celle, per una capacità totale di circa 19.000 tonnellate di mele all’anno. Ciascuna cella è lunga 25 metri, alta 11 e larga 12. La superficie interna non è rivestita con i tradizionali pannelli coibentanti in poliuretano espanso – che presenta problemi di smaltimento – perché l’impermeabilità ai gas è garantita dalla struttura della roccia e da un sottile strato di spritz-beton, mentre la coibentazione termica è assicurata dall’ammasso roccioso. Da notare anche il fatto che l’impianto per il controllo dell’aria all’interno delle celle e lo scambiatore di calore funzionano senza ammoniaca, anche questo un punto a favore della sostenibilità; e che l’acqua utilizzata è quella della locale falda.

Melinda ha investito in questo progetto circa 16 milioni di euro, coinvolgendo le aziende locali: come la Tassullo Materiali, che ha riutilizzato per i suoi prodotti i circa 90.000 metri cubi di dolomia estratti.

«La mela è un frutto che si può gustare tutto l’anno. Ma per far sì che sia sempre disponibile sul mercato occorre prevedere la giusta conservazione, con spazi dedicati e impianti tecnologici specifici – afferma Andrea Fedrizzi, responsabile marketing del Consorzio Melinda –. Il passaggio alla fase industriale del progetto ha richiesto tre anni di studi e ricerche, condotte in sinergia con importanti realtà accademiche e scientifiche nazionali e internazionali». Fedrizzi cita i vantaggi del progetto, su tutti «la riduzione del consumo di energia (che significa riduzione dell’immissione di CO2 nell’atmosfera)  e la salvaguardia del paesaggio e del territorio agricolo. Il nuovo impianto rappresenta il fiore all’occhiello di una filosofia produttiva sempre più orientata alla sostenibilità, ed è frutto della volontà e impegno di tutte le 4000 famiglie che compongono il Consorzio Melinda di rispettare il nostro territorio preservandolo per le generazioni future».

Il progetto ha già ricevuto significativi riconoscimenti a livello internazionale, tra cui come il premio Good Energy Award di Bernoni Grand Thornton e il Sodalitas Social Award, che viene assegnato alle iniziative più efficaci nel generare una crescita aziendale sostenibile.

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